Antigone di Vittorio Alfieri

sabato 14 aprile ore 21.00

ANTIGONE di Vittorio Alfieri
Regia – Marco Viecca
Daniela Placci – Antigone
Marco Viecca – Creonte
Rossana Peraccio – Argia
Diego Coscia – Emone
Tecnica – Paolo Penna

“Antigone”, opera nella quale si concentrano in modo evidente le asperità del pensiero alfieriano, contrappone in modo mirabile le necessità della ragion di stato a quelle della logica umana: il sentimento è calpestato, utilizzato, soffocato, al servizio delle necessità di Tebe e strumentalmente utilizzato dal tiranno. In quest’opera il concetto di “tirannide”, così caro all’Alfieri, assume contorni definiti. Il Re Creonte è mosso da una fredda logica di tutela dello stato e dalla necessità di mantenere saldo il potere, non solo per sé stesso ma anche nella prospettiva della futura leadership del figlio. Sono questi gli obiettivi eminenti, più di quelli di odio e disprezzo nei confronti della famiglia di Antigone, che lo rendono crudele.

Nota di regia.
Ho immaginato una Tebe post industriale, dal cielo plumbeo e rosso dei bagliori del fuoco. Mi interessa immaginare ciò che c’è fuori dalla reggia di Creonte, immaginare i risultati del suo arido modo di governare, attento a difendere i suoi confini, a creare leggi ad hoc per mantenere il potere, “dando l’esempio”, ma di fatto riconducendo la sua politica ad uno stato del terrore. Il modo di pensare al “bene della città” di Creonte, a questo drogato concetto di ragion di stato, capace soprattutto di cristallizzare la vita sociale ed evolutiva della stessa, trascinando Tebe in un’ipotetica crisi economica, ecologica, culturale, di fatto distruggendola, mi ricorda molto quello che sta accadendo oggi, o che (siamo nel campo dell’immaginazione, o almeno spero) potrebbe succedere al nostro mondo, dove i potenti sono attenti solo al dato economico, inteso come mantenimento del proprio status, incapaci di attivare politiche di crescita e sviluppo.
Antigone, rea di avere seppellito il fratello, in questo scenario assume il ruolo di scomodo personaggio da piegare, e forse da uccidere; lei, caduta in disgrazia, ma figlia di Re, forse più degna dello stesso Creonte di regnare su Tebe, non si piegherà, non accetterà di diventare strumento nelle mani del tiranno, anzi! rinuncerà persino all’amore corrisposto di Emone, figlio di Creonte, pur di non accettare nulla che possa venire dal Re oppressore. Antigone la reietta, la malaccolta, ma colei che ha diritti umani, famigliari e di appartenenza a quello stesso consorzio cittadino di Tebe, si lascia morire.
Creonte pensa allo splendore della sua città e all’eredità di potere e ricchezza che lascerà a suo figlio, ma Emone si uccide per aver perduto Antigone, e il trono del tiranno si trasforma in una sedia a rotelle, mentre su Tebe cade una pioggia acida di fuoco e metano.

Marco Viecca

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